Se hai letto il post sulle Competenze interculturali saprai bene che sono una sostenitrice accanita delle competenze per tutti ma oggi vorrei parlarti (ops, scriverti!) di una figura professionale poco conosciuta ma molto, molto utile: il mediatore interculturale.

Al momento non esiste una legge nazionale che stabilisce con precisione i confini della mediazione e i suoi ambiti di applicazione; ogni Regione, infatti, ha facoltà di decidere quali sono i criteri formativi e professionali sui quali basare l’ottenimento della qualifica.

È tuttavia possibile individuare un percorso di riconoscimento legale di un impiego che, di fatto, si è sviluppato nella realtà ancor prima di essere fissato sulla carta.

In questo post vediamo insieme quali sono le tappe che hanno portato alla creazione di questa figura ibrida mentre nel prossimo capiremo quali sono i bisogni che soddisfa.

Dall’inizio fino a oggi

Nel 1998, attraverso il Testo unico in materia di immigrazione, è stata sancita per la prima volta l’esigenza di ricorrere all’aiuto di un mediatore per favorire l’integrazione sul territorio degli utenti stranieri e valorizzarne le caratteristiche distintive. Non era dato sapere come, né dove, né quando si sarebbe concretizzato questo aiuto ma risultò fondamentale riconoscere l’importanza dell’intervento di una terza persona nel rapporto immigrati-servizi del territorio.

Un lungo passo avanti è stato fatto nel 2009, quando il Consiglio Nazionale dell’Economia e del lavoro ha dichiarato che: “Il mediatore interculturale è un agente attivo nel processo di integrazione sociale e opera per facilitare la comunicazione, il dialogo e la comprensione reciproca tra soggetti con culture, lingue e religioni differenti. È un professionista che agisce in contesti ad alta densità d’immigrazione, facilitando le relazioni fra i cittadini migranti e le istituzioni, i servizi pubblici e le strutture private, senza sostituirsi né agli uni né agli altri. Il mediatore si propone inoltre come punto di riferimento e risorsa per promuovere specifiche iniziative e progetti nel campo dell’immigrazione e dell’intercultura”.

Sempre nello stesso anno, il primo Gruppo di lavoro istituzionale sulla mediazione interculturale, voluto dal Ministero dell’Interno, ha elaborato le Linee di indirizzo per il riconoscimento della figura professionale del mediatore interculturale che, tra le altre cose, attribuivano uguale valore ai percorsi formativi e all’esperienza sul campo. Poiché i primi, consistenti flussi migratori moderni hanno avuto inizio in Italia tra gli anni ’80 e ’90, buona parte dei mediatori poteva contare su dieci, quindici anni di pratica. 

È inoltre emersa la necessità di includere la figura del mediatore interculturale nella Classificazione delle professioni elaborata dall’Istat, inclusione avvenuta nel 2011 all’interno della categoria dei Tecnici del reinserimento e dell’integrazione sociale.

Infine, nel 2014, un secondo Gruppo di lavoro ha tentato di approfondire la tematica delle qualifiche necessarie a un mediatore per esercitare la professione e ha approfondito i criteri di valutazione e attestazione delle stesse.

In quest’ultimo caso, è stato vantaggioso ai fini della ricerca la partecipazione di un campione di mediatori che ha potuto esprimere la propria opinione sulle condizioni di lavoro, sulle competenze personali e professionali utili a svolgere un buon intervento di mediazione.

Negli anni alcune Regioni virtuose (Liguria, Molise, Basilicata) hanno cercato di affiancare alle linee guida e ai documenti sopra citati dei regolamenti specifici per alcuni ambiti, come la sanità, l’istruzione ecc. ma rimane ancora molto da fare.

Nel 2020, infatti, l’Italia è divisa in due: metà delle Province/Regioni Autonome dispone di una norma che riconosce la figura del mediatore interculturale, l’altra metà no.

La Lombardia, ad esempio, conta circa 1.180.000 abitanti stranieri ma non si è ancora dotata di una legge ad hoc. Il vuoto normativo comporta l’assenza di percorsi unitari e continuativi a beneficio sia dei professionisti che degli utenti stranieri. Inutile dire che l’aspettativa di condizioni di incarico dignitose da una parte e il godimento di alcuni diritti dall’altra siano spesso disattesi.  

Se hai avuto il coraggio di leggere fino a qui ti starai chiedendo il perché di tutta questa spataffiata storica; le ragioni per cui ne ho scritto sono tre:

  1. la mediazione interculturale è un settore ancora giovane, in divenire, ma credo sia importante notarne l’evoluzione per comprendere la portata dei suoi interventi;
  2. sapere qualcosa in più non fa mai male, no? E poi chissà che anche a te, un giorno, non venga in mente di diventare mediatore interculturale =)
  3. è utile notare che dal 2014 ad oggi sono avvenuti cambiamenti minimi a livello normativo e pare non ci sia la volontà di creare altri Gruppi istituzionali per indagare ulteriormente il fenomeno.

Ciò significa che si investe poco nell’aiuto a persone in difficoltà, nella promozione della conoscenza tra culture differenti, nel rispetto reciproco delle differenze.

Ormai è impossibile ignorare la portata dei cambiamenti, delle difficoltà e dei vantaggi che il fenomeno migratorio porta con sé. La costruzione di un clima di fiducia e condivisione passa anche attraverso la partecipazione attiva di figure professionali come i mediatori.

Io confido molto nella capacità di creare questo clima, e tu?