Attenzione! Questa è la versione italiana dell’articolo in inglese “Roles and responsibilities of cultural mediators” pubblicato sul n.66 di Forced Migration Review, rivista dedicata alle migrazioni forzate prodotta dal Refugee Studies Centre di Oxford. Puoi leggere qui la versione originale.

La mediazione culturale è indispensabile per ottimizzare sia l’accesso sia la qualità dei servizi di salute mentale.

Cresce la consapevolezza riguardo alla necessità di ricorrere a un mediatore culturale per soddisfare i bisogni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, un approccio che va ben oltre l’utilizzo di servizi di traduzione o interpretariato[1]. I mediatori culturali lavorano con un’ampia varietà di organizzazioni incluse ONG, ospedali, centri sanitari e polizia e forniscono assistenza alle popolazioni sfollate in diversi settori quali servizi medici e paramedici, promozione della salute, servizi psicologici e sostegno legale.

Medici Senza Frontiere (MSF), che in Italia ha fornito supporto ai migranti in diversi modi a partire dal 1999, ha condotto uno studio per indagare in che modo i mediatori culturali agevolino la fruizione di servizi di salute mentale e quali sfide tali operatori debbano affrontare, oltre ad analizzare le esperienze e il supporto di cui gli stessi mediatori hanno bisogno.[2]

Sono state condotte venticinque interviste a mediatori culturali, allo staff di MSF e agli informatori chiave delle istituzioni accademiche e delle organizzazioni specializzate nell’uso della mediazione culturale con le popolazioni sfollate[3].

Il ruolo fondamentale dei mediatori culturali

I principali compiti di qualsiasi mediatore culturale sono la comunicazione e la traduzione, necessari per avviare scambi significativi e creare un clima di fiducia. La comunicazione a tre direzioni che avviene tra i mediatori culturali, i loro clienti e altri membri del team, come gli psicologi, rappresenta una relazione triangolare estremamente importante che aiuta i beneficiari ad accedere e a godere dei servizi essenziali. Questa relazione aiuta a creare fiducia tra mediatore e utente, migliorando contemporaneamente la comunicazione tra utente e fornitore del servizio.

I mediatori culturali sono spesso il primo punto di contatto tra le persone e i servizi di salute mentale; di frequente sono in grado di facilitare una prima e adeguata comprensione dei bisogni e prevenire l’insorgere di errori o occasioni mancate nell’accesso tempestivo alle cure e ai servizi. Questo contatto iniziale risulta efficace nello stabilire i bisogni immediati delle popolazioni sfollate, in particolare per ciò che riguarda il disagio psicologico acuto.

Alcuni mediatori culturali assistono gli specialisti o lo staff medico durante le sedute individuali o lavorano con sopravvissuti alle torture o donne vittime di tratta; altri lavorano con studi legali e forze di polizia, fornendo informazioni e traduzioni durante le udienze. Interpretano sia le parole che i concetti tra utenti e fornitori, assicurando che l’utente venga compreso e possa accedere alle cure e al supporto di cui ha bisogno.

Un lavoro sfidante ed emozionante

Il lavoro è impegnativo per i mediatori stessi. Spesso vengono prelevati dalla comunità dei rifugiati e molti di loro hanno un passato di migrazioni ed esperienze traumatiche, simili a quelle delle persone che cercano di aiutare; faticano quindi a mantenere un corretto e oggettivo distacco professionale. Nei casi in cui abbiano affrontato essi stessi un percorso di asilo difficoltoso, in Italia, sono in dubbio se e come condividere la propria esperienza con gli utenti. Vengono a volte accusati di bias culturali o viene chiesto loro di mentire o celare informazioni, il che li mette in una posizione estremamente difficile.

D’altro canto, come ha sostenuto uno dei membri dello staff di MSF, il fatto che alcuni dei mediatori culturali abbiano viaggiato allo stesso modo e siano in una situazione stabile “Rappresenta un messaggio positivo per le persone. Il solo fatto di essere lì, a volte persino in silenzio, è già un valore aggiunto, per diminuire la tensione e la paura…”

Non sempre gli utenti vogliono ricevere assistenza o trovarsi troppo vicini a un mediatore e non sempre vogliono parlare la loro lingua madre durante le sedute psicologiche o le sessioni cliniche. Come ha spiegato un esperto in mediazione culturale: “È la lingua dei loro torturatori”. Alcuni preferiscono esprimersi in francese o inglese senza che alcun mediatore li assista con l’interpretariato. Nonostante gli utenti di MSF abbiano già diritto a rifiutare l’aiuto di un mediatore culturale durante le sessioni, è necessario fare di più per informarli, e quindi rassicurarli, sui codici di condotta e di confidenzialità per sostenerli nella decisione.

Mentre la familiarità con le loro esperienze rassicura gli utenti, la condivisione di vissuti con coloro che dovrebbero assistere rende il lavoro dei mediatori emotivamente sfidante e il rischio di sviluppare traumi indiretti o esaurimento è estremamente alto. I mediatori possono impiegare strategie personali di adattamento, ma sono necessari la supervisione e un supporto psicologico ben sviluppato per proteggerli adeguatamente, in particolare coloro che sono esposti a tematiche estremamente sensibili legate alla salute mentale, alla violenza o alle torture.

Devono essere organizzati degli incontri periodici tra i mediatori e i loro colleghi psicologi, fisioterapisti o specialisti prima e dopo ogni colloquio con gli utenti. Tuttavia, non lavorando a tempo pieno o lavorando per diverse organizzazioni allo stesso tempo, tali incontri possono essere difficili da frequentare. Oltre alle normali sfide che i mediatori devono affrontare, si aggiunge la precarietà dell’ambiente lavorativo.

Un accesso tempestivo dei rifugiati e dei richiedenti asilo ai servizi di salute mentale rappresenta una componente fondamentale per l’erogazione delle cure essenziali, in Italia come nel resto del mondo. I mediatori culturali sono parte essenziale di questo processo ma subiscono diverse pressioni in funzione del loro ruolo. Un’attenzione superiore verso la formazione e lo sviluppo di competenze dei mediatori e di coloro che vi lavorano assieme potrebbe inoltre garantire una maggiore chiarezza nel ruolo e una migliore qualità del servizio proposto; ridurrebbe altresì i potenziali rischi di trauma.

Emilie Venables emiliecvenables@gmail.com – Luxembourg Operational Research Unit, Médecins Sans Frontières (MSF) Luxembourg; Division of Social and Behavioural Sciences, School of Public Health and Family Medicine, University of Cape Town  

Katherine Whitehouse kitwhitehouse@gmail.com – Luxembourg Operational Research Unit, MSF Luxembourg

Caterina Spissu caspissu@gmail.com – Italy Mission, MSF

Lilian Pizzi lilian.pizzi@gmail.com – Italy Mission, MSF

Ahmad Al Rousan ahmad.alrousan@rome.msf.org – Italy Mission, MSF

Stefano di Carlo ste.dicarlo@gmail.com – Italy Mission, MSF


[1] Abbiamo utilizzato i termini ʻmediazione culturaleʼ e ʻmediatori culturaliʼ per riprendere le linee guida di MSF pubblicate all’epoca in cui lo studio è stato condotto. Successivamente le offerte di lavoro aggiornate parlavano di ʻmediatori interculturaliʼ.

[2] Il team di ricerca desidera riconoscere l’inestimabile contributo dei partecipanti allo studio così come il supporto di MSF Italia. Vogliamo ringraziare in particolare Francesca Zuccaro e Adeline De Gratet per l’aiuto e i consigli forniti.

[3] Per visualizzare la presentazione: https://f1000research.com/slides/5-1331.

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